#108

Un anno a Milano.

Sembra ieri. Ero di corsa, vestiti sul letto, pronti ad essere messi in valigia, portati lontano da casa. Era una sfida, era una conquista e insieme era la paura, il brivido prima del salto nel vuoto. Aspettative, sogni contro pianificazioni dettagliate, ore e ore di lavoro, voglia di lavorare bene, voglia di essere qualcuno, di provarci, di capire fino a dove potevo arrivare con le mie sole forze, voglia di raggiungere il mio amore che era ancora piccolo piccolo, in gestazione, come uno di quei fiorellini che non si fanno notare sui cigli dei marciapiedi di quelle strade dove vai a correre. Non ci presti attenzione, ci passi spesso, poi un giorno trovi un’esplosione di colori e la meraviglia di tanta semplicità, di tanta forza, ti mettono il sorriso contro l’asfalto nero di quello che porti nel cuore.

Sembra ieri. E tornavo con la paura di non sapere cosa realmente sarebbe stato. Se quel fiorellino lo avrei trovato, se avessi potuto curarlo e farlo crescere invece di aspettare. Le gambe tremavano. Era una partenza verso un universo a doppia incognita: Expo e Lui. L’Amore mio e il trampolino di lancio verso la mia nuova vita.

In tasca avevo messo i saluti dei miei amici, di mia madre, delle mie sorelle e di quanti hanno seguito l’evoluzione del mio percorso personale e professionale. In tasca avevo tante idee, tanti sogni, piccoli e grandi. Avevo gli abbracci, i sorrisi, le domande preoccupate di chi mi vedeva andare incontro a cose troppo più grandi di me. Ero magra come un fuscello. Nello stomaco avevo la paura di non ritrovare il mio neonato amore. Temevo che qualcuno me lo avesse portato via. Avevo paura di non essere all’altezza, che il lavoro mi avrebbe schiacciata. E nel frattempo? Nel frattempo tagliavo il cordone ombelicale, di nuovo. Nel frattempo rompevo la crisalide. La fenice veniva fuori da ceneri e fuoco e si alzava in volo, pronta a rivivere, a ritornare.

Quel giorno Milano mi ha accolta con un sole primaverile e un vento freddo, proprio come oggi. Una giornata d’inferno tra orari, treni, telefonate, documenti da completare, contratti da stendere, il capo da chiamare, la mia nuova casa da raggiungere. Un viaggio passato a scrivere, a salutare ancora gli amici dal telefono, a leggere. A piangere quando la Montagna s’è allontanata.A chiedermi se non era troppo per me, se me lo ero meritato, se la fortuna avesse girato per una volta nel verso giusto. Mi sentivo come se stessi correndo verso la mia terra, come nel Far West, pronta a piantare una bandiera nei solchi del tempo che volevo fermare. Alle spalle casa, davanti, l’abisso. E nel mezzo tante foto, canzoni, parole, dediche, portafortuna regalati da amici e infilati in borsa. Nel mezzo una ragazzina che gioca a fare il manager.

Tuffata nel delirio, ho aspettato che arrivasse sera per incontrarlo, per sentire che era sotto casa, che m’avrebbe abbracciata. Stretta. E la sera arrivò e magra, troppo magra, mi avviai al vialetto di casa. Tremavo.Era un’apnea. E quell’immagine, quella scena, non la dimenticherò mai più. Era lì. In giacca e cravatta. Stravolto. Sorridente. Davvero sorridente.Vento forte e odore di pioggia e cielo rosso. Ebbi il coraggio di dirgli solo: “Regalami un temporale” e tenendogli le braccia intorno al collo, ho capito che lui c’era. Che era lì ed era il mio Amore.

E da quel momento mi sono sentita forte. Ho affrontato tutto con caparbietà, determinazione. Impegno. Interesse. Expo è stato un massacro a livello fisico e mentale. Ero stanca, emaciata, sempre di corsa, sempre al telefono, certi giorni perdevo il conto di quante persone avevo incontrato, di quante persone avevo sentito al telefono, di quante cose avevo fatto. Ho conosciuto persone fantastiche, ho trovato nuovi amici, ho parlato tre lingue diverse. Ho conosciuto culture diversissime dalla mia, religioni, cibi, vini, usanze. Ho visto il mondo, quello che noi ci immaginiamo prevedibile e lontano e invece è vicino e dinamico, veloce, corre a velocità folle. Sono cresciuta umanamente e professionalmente. Ho combattuto fino alla fine e me ne sono andata sulle mie gambe, senza che nessuno mi dicesse “Ok, la festa è finita”. Sono stati mesi di gioie e dolori. Di profonda solitudine e di bellezza. Di apprendimento e di insegnamento. Sono stati giorni favolosi e caldi, sono state ore di concentrazione e attenzione a tutto e a tutti.

E’ stato un anno spettacolare questo. Mentre stendo queste povere parole mi vengono in mente tutti i momenti più belli e più tragici. Ho affrontato tante cose da sola, sapendo di poter contare solo su me stessa. Ho riso. Ho passato notti e notti a guardarlo dormire e altre a piangere, perché l’amore sa anche far male. Ho fatto shopping in negozi dove i commessi ti tenevano la borsa, ho ascoltato tanta, tanta, tanta musica nel silenzio di quella casa alla quale mi ero affezionata tantissimo, che sentivo mia. Ho avuto paura dei temporali di notte e delle persone di giorno. Sono andata per concerti, potrò raccontare ai miei nipotini di quando ho ballato dalle due del pomeriggio sino alle tre di notte a un concerto, di quando ho dato dello “zarro” a Giorgio Moroder che era lì a due passi da me, potrò ricordare per sempre un tramonto arancione e caldo in cui Patti Smith sorrideva estatica a un palmo dal mio naso e cantava una struggente “Because the Night”. Potrò ricordare di quando è venuto a prendermi alle tre di notte e io l’ho accolto con un caffè caldo, che era stanco.

Ho avuto e ho al mio fianco un uomo straordinario, il mio esempio professionale. Un uomo che crede nelle mie potenzialità al punto da essere stato il motivo per cui sono tornata a studiare, col sogno di laurearmi. Avevo mille paure, lavoravo di giorno e studiavo di notte. Sentivo che non avrei mai potuto superare il test. Lui era lì con i suoi “fila a studiare” che mi hanno aiutata tanto.

Ho affrontato una malattia da sola, in un ospedale dove nessuno poteva aiutarmi, lontana da casa com’ero, non riuscivo ad alzarmi, a lavarmi, a vivere serena. E non ho ceduto. E quella notte al telefono con me, c’era la mia sorellina, che da Londra mi teneva compagnia mentre io, col viso immobile, piangevo come una fontana e stringevo i libri, per continuare a studiare comunque mentre i medici mi davano della folle. Mi sono rialzata con le mie sole forze, mi sono fatta tanto male col cibo. Prima era troppo poco, poi è diventato troppo davvero. Ho perso l’equilibrio e l’ho ripreso così tante volte da avere i capogiri. Ho preso due trenta e lode con la rabbia della rivalsa, con in testa solo la convinzione di aver lavorato duro, di potercela ancora fare, di poter dimostrare a chi mi vuole bene che sono ancora io, nonostante il tempo passato, che sono ancora la prima della classe.

E’ stato un anno fragoroso, irripetibile, l’anno delle scelte, degli azzardi, del risveglio, dei cambiamenti più totali. Alcuni colpi di timone li ho dati con l’incoscienza di chi non sa ancora bene chi è e chi vuole essere. Altri li ho dati con tutta la spregiudicatezza di chi sa quanto vale. Ho apportato dei cambiamenti radicali alla mia vita. Ho fatto la mia rivoluzione copernicana. E nel mentre soffrivo e gioivo, vivevo alla giornata, provavo a conquistare centimetro per centimetro il mio posto. E nel mentre amavo un uomo che per me è “quello giusto”, quello che sento sulla pelle, che muove i miei pensieri, quello che sono orgogliosa di avere al mio fianco.

L’altra sera gli ho detto “Manca poco ed è un anno che sono qui… cosa ho concluso? Mi pare di non aver concluso nulla…” e lui ha risposto che no, che ho fatto tanto. E questo mi è bastato. Quella è la risposta che volevo. Il premio che mi spettava. La conferma. La sua conferma che nonostante tutti i sacrifici, le lontananze, la malinconia, la solitudine, le cose sono andate bene. Il mio bilancio è in attivo. Ho dormito serena dopo tanto tempo. Ho capito che un pezzetto del mio posto nel mondo me lo sono già guadagnato. Senza strafare, non senza tanto coraggio.

E’ stato l’anno della svolta, del riprendersi ciò che avevo perso, voluto perdere o che mi era stato strappato. E’ stato l’anno dei sacrifici, dei disegni, delle vittorie, dell’umiltà, dei timori e delle glorie. E’ stato il mio anno. E’ stato l’anno che non cambierei per nessun’altra cosa al mondo.

 

 

 

#107

Non avrei mai creduto di innamorarmi. Non ancora. O forse non sono innamorata, forse mi piaci così tanto che ho mescolato le carte troppo in fretta. Non avrei mai creduto di innamorarmi, così, venendo fuori dal buio, mettendo le mani avanti, non riuscendo a guardare in fondo al corridoio dove c’è quella porta aperta. O forse non sono innamorata ed è solo che non mi sono mai sentita pari accanto a qualcuno. E’ una sensazione che non ho mai provato. Con te non devo spiegare nulla, non devo usare le parole giuste, tu sei già lì, prima di me, tu hai già capito, tu sai già.

Non avrei mai creduto di poter esser ancora in qualche modo gelosa, non avrei mai creduto di aver potuto ancora provare interesse per qualcuno, chiusa com’ero in quella gabbia alacremente fabbricata con le mie stesse mani. Più ti conosci, meglio costruisci la tua cella, il tuo bunker, la tua rete. C’è un  muro inespugnabile e ci vuole qualcuon di così immenso e luminoso e forte per buttar giù tutta questa trincea imbattibile che se  ci riesce, non ti rimane che arrenderti, uscire con le mani in alto, lasciare il fucile ai tuoi piedi. Sei lì con la faccia sporca di terra, piena di sangue e tagli, con i vestiti strappati e gli occhi onesti, pronto a beccarti tutto il fuoco, pronto alla resa.

Ognuno si difende come può. Ognuno scappa da qualcosa. Io scappavo da qualsiasi cosa fosse legata a questa emozione che ti prende lo stomaco, che ti fa stare bene, che ti fa sorridere. Io scappavo dall’amore. Scappavo da questa breccia e provavo solo a tenere le difese. E sei arrivato tu. Sei un nemico incontenibile. Hai fatto fuoco ovunque, io non ho mai dovuto correre in ritirata, non ho dovuto mai preoccuparmi di contrastare una forza così. Eppure era un muro di fuoco, un assalto difficile da contenere. Mi hai fatto gol al 90°, mi hai chiuso tutte le linee, mi hai preso le tenebre e le hai fatte diventare un mattino chiaro e pulito, mi hai messo le mani nella testa e hai sistemato le cose. A modo tuo, forse senza accorgertene.

Cosa ne sai tu di quanto sia stato difficile. Cosa ne sai tu dei miei temporali, dei cadaveri dei nemici sparsi nel viale di casa. Cosa ne sai di tu di quanto può essere brutale l’amore finito. Cosa ne sai di quanto sia difficile tenere il timone durante l’uragano. Delle braccia che fanno male, degli occhi che il sale ha bruciato, degli specchi che guardi senza sapere chi sei veramente. Cosa ne sai tu da dove vengo. Cosa ne sai di tutta questa strada. Ho il cuore rattoppato, cicatrizzato, riparato alla meglio ma ho il cuore, ce l’ho di nuovo e ha cominciato a muoversi e a tornare caldo da quando ti ho visto. Nemmeno me lo ricordo bene quel giorno. So solo che mi sono sentita giunta in un luogo dove non dovevo giustificare la mia presenza, che mi son sentita come se fossi al mio posto, so solo che i tuoi occhi me li son visti precipitare addosso. So solo che avrei voluto durasse di più e che il tuo profumo mi manca.

Cosa ne sai tu di quanto tutto questo per me sia una rivoluzione. Sono assediata. I miei stessi sentimenti mi stanno ammutinando. Hanno preso il palazzo, sparano. Ancora sparano. Ed io mi sono già arresa. Cosa ne sai tu di come mi sto tormentando per capire il perché. Cosa ne sai tu di quanto io ti pensi, di come mi manchi, di come ogni sera io pensi “domani ci sarà?”.

Cosa ne sai tu delle cose che voglio, di quelle che voglio fare con te. Cosa ne sai di quello che immagino possa essere. Cosa ne sai tu di cosa avrei voluto scrivere qui, invece di fare tanti giri di parole. Cosa ne sai di quanto avrei voluto scrivere bene, meglio. Cosa ne sai di quelle due parole magiche che vorrei poter dire e che mi sembrano ancora un sacrilegio.

Non voglio sbagliare, non voglio soffrire, non voglio illudermi, non voglio rimanere sola. Questa guerra è stata lunga, mi hai messo contro me stessa. Ho rinunciato alla mia armatura, alla mia spada. Il cavallo è scappato. Non voglio che tu vada via, non voglio che tu stia in silenzio. Voglio te, te e nient’altro. Te. Non voglio credere che sia stata solo un’incursione e basta, che abbattuto il forte, depredato i civili, passerai oltre. No. Non voglio pensare che sia stato un capriccio, solo un capriccio.

Voglio essere la tua conquista, la città che ti accoglie, la terra che si arrende a tanta grandezza. Ora che hai piegato il nemico, il nemico ti porge ciò che di più prezioso ha. La sua vita. Questo nemico brontolone, lucido, color smeraldo, vuole te. Solo te. Vuole che ti sieda nella sua casa, che non lo lasci dormire da solo. Questo nemico chiede di te. Chiede e vuole le tue mani sempre pronte a raccogliere l’anima che scappa dai suoi occhi. Vuole che sia solo tu il sigillo delle sue labbra. Questo nemico vuole accucciarsi  accanto a te. Prendersi cura di te. Lo vuole con tutte le fibre del suo corpo. Lo vuole come se fosse l’unica cosa che abbia mai voluto. Lo vuole come se non sapesse voler altro, come se non gli importasse più niente del mondo intero.

Viene in pace il tuo nemico e ti chiede solo protezione e forse amore, forse, un giorno. E’ la tregua più bella del mondo questa. E’ una tregua combattuta. E’ una tregua senza costrizioni, colorata, meravigliosa. Silenziosa e talvolta spaventosa per la sua intensità. E’ che in questi giorni di pace penso solo a quanto potrà essere importante, a quanto potrà essere bello. A cosa sarà, sarà qualcosa di enorme.

Sei con me, Dio solo sa quanto. Amore-mio. Amore-mio.

Resoconto 2014

Il 2014 per me è stato un anno pieno zeppo di cose belle, non voglio pensare a quelle brutte. Le cose brutte, per un attimo, voglio dimenticarle.

È stato un anno tosto. Duro. Bello. Un anno pieno di soddisfazioni personali, pieno di progetti, di iniziative, di parole piene di speranza e strette di mano, di viaggi, treni, di abbracci veri, di momenti che porterò per sempre con me.

Di finire sui giornali non me lo sarei mai aspettato, di dormire un’ora o due per notte per il lavoro da finire in tempo, nemmeno. Non mi sarei mai aspettata di essere accolta in una seconda famiglia legata alla passione calcistica, non mi sarei nemmeno mai aspettata di diventare una specie di testimonial (vola basso ragazza!) nella lotta per gli uguali diritti.

Ho raggiunto obiettivi personali per me importantissimi. Ho cominciato a correre e adesso che conto i km di cemento macinato mi dico “Caspita!” e la corsa mi ha aiutato tantissimo ad essere meno impulsiva e a far compagnia a me stessa, a dilatare i pensieri nell’orizzonte, a trovare equilibrio. Ho perso gli 8 kg che dovevo perdere e adesso sono addirittura sotto peso di 6 kg. Sto bene, mangio bene e con serenità. Non ho più difficoltà a guardarmi allo specchio, ci sto bene nella mia pelle. Questo è un traguardo di cui per una volta voglio darmi tutto il merito. Ho combattuto da sola. Privandomi di tante cose e tenendo duro. Chi molla viene meno prima di tutto a se stesso. Io ho degli impegni verso me stessa e voglio portarli a termine.

Ho ritrovato in qualche modo mio padre che non vedevo e sentivo da 10 anni. Ho messo da parte orgoglio, rabbia, rivalsa. Ho scelto di essere una persona migliore. Una di quelle che riesce a mettere la testa sul cuscino alla sera senza dover pensare se ha fatto male a qualcuno.

Entrambi i miei genitori, all’alba dei miei trent’anni, hanno detto una cosa che aspettavo di sentire da sempre. “Sono orgoglioso di te” e “Sono orgogliosa di te”. Credo di aver pianto di gioia per una notte intera. Una frase così la aspettavo da sempre.

Ho una persona che mi vuole bene. È lontana ma c’è. E conta moltissimo. Torno a credere all’amore. Torno a pensare che è la persona veramente giusta per me. A lui non importa niente di questo clamore, di tutto ciò che sta all’esterno. A lui importa di me. Ed è questo che lo rende speciale tra tutti.

Ho degli amici che sono capaci di mettere il mio bene prima del loro. Marco, Anna, Antonio, Davide. Sono la famiglia che ho scelto. Sono le persone più belle che io conosca. Sono le persone per cui darei ogni cosa. Sono la mia grande bellezza. Abitano tutti dentro il mio cuore.

Ho una famiglia che mi sostiene e che se non capisce le mie scelte, le rispetta. Ho due sorelle che sono colonne. Sono un dono infinito.

Ho ancora la mia vita, distrutta tante volte e rinata sempre dalle sue stesse ceneri. Post fata resurgo l’ho voluto scrivere anche sulla mia pelle.

Chi mi chiama “guerriera”, chi dice che sono un palo di ferro (Peppe Bruscolotti), chi dice ancora che con tutto questo, non mi può uccidere nulla, forse ha ragione. Ho sempre pensato di essere una debole, una che non conta niente, una nel mucchio.
Ho lavorato e mi sono impegnata.
Ho voluto cambiare cose che erano oramai guaste. Ho voluto fare cose con interesse e passione per non avere un giorno rimpianti o rimorsi, sarebbe terribile pensare “avrei potuto e non l’ho fatto”.

Ho fatto tanto. Ma il meglio deve ancora venire.

Buon 2015 a tutti. Di cuore.

#106 – La vela e le sue metafore.

Quando mi chiedono “ti piace di più quello che fa uno skipper o quello che fa un prodiere?”, io rispondo sempre che mi piace di più quello che fa un prodiere. Il prodiere. Il prodiere ha fegato. E’ pazzo. Rischia. E’ la prima linea. E’ quello che cade in mare e lo recuperi più agguerrito di prima. E’ quello che si becca le bestemmie di tutti. E’ quello che prende acqua, che rimane aggrappato e sballottato. Il prodiere è coraggioso. Il prodiere deve sistemare tutto in poco tempo, non può sbagliare e se sbaglia sono cazzi. Il prodiere si incrina le costole, si rompe anche un ginocchio, ma deve tenere il suo posto, correre al suo posto. Come in una trincea. Si deve abbassare, legare, muovere, alzare. Il prodiere non ha paura del mare, affronta la vita come una regata e la regata come una vita. Io preferisco il prodiere, se rinasco, voglio fare il prodiere.

#105

Oggi ho saputo che ti sei sposato.

Ho provato ad augurarti tutta la felicità di questo mondo, nonostante tutto. Tua madre nelle foto sembrava meno dura, più affabile. Ho preferito guardare lei, non ho voluto vedere il tuo volto. E’ stato meglio così.

Chi ha amato veramente, non dimentica. Prova più volte a non pensare, a percorrere le strade di una vita diversa. Viaggia, legge, canta, fa tutto ciò che va fatto per non pensare. Io non ho più pensato. Non ho più rimorsi, nessun rimpianto.

Forse non era quella la mia strada, forse avevo afferrato una mappa tra tante, non ci avevo fatto caso. Eppure quelle strade erano così care, così volute, così larghe che era impossibile pensare che prima o poi mi sarei persa, che mi avresti fatta perdere. Che ci saremmo persi, entrambi in direzioni diverse e contrarie.

Oggi ho chiuso. Per sempre.

Fino ad ora ho cancellato, dimenticato, provato a raccontare, pianto, gridato, maledetto, cullato, rivangato, sotterrato.

Oggi ho tagliato. Per sempre.

Se portassi rancore mi sentirei l’ultimo essere umano della terra, il rancore non serve. Va sostituito con ciò che di bello è stato e che si può considerare una crescita, la palestra per il futuro.

Mi hai strappato gli ultimi brandelli di fiducia, l’ultimo slancio amorevole verso il mondo e gli altri. Solo questo non riesco a perdonare, ma non ti vorrò mai male. Non sarò mai invidiosa del fatto che tu stai costruendo una famiglia e io sono ancora qui, con le mie poche certezze e tanta amarezza, qui a risalire la china con una fatica da giganti.

La mia vita è tanto cambiata, ho percorso tante distanze, ho fatto tante cose che non mi sarei mai aspettata di fare, ho conosciuto le persone più disparate, ho fatto tanti passi in salita. Ci provo sempre io. Provo sempre a stringere i denti e contemporaneamente a sorridere. Ci provo come posso. O meglio, provo ogni giorno a portare a casa qualche pezzo di mondo, di salvezza, di bellezza. Vivo come ho sempre vissuto prima di te: diversa da tutti, libera, piccola ma forte, delicata ma tenace. Vivo come solo io so fare: senza pensare troppo a ciò che non va e puntando tutto su una buona carta.

Non so se ho vinto. So solo che sono ancora in piedi. E ci sto salda con i piedi su questa terra. Non so se ce l’ho fatta veramente. So solo che ci è voluta così tanta forza che avrei potuto fermare il vento. So solo che è stata così dura, che se mi guardo in dietro, mi chiedo come diavolo io sia riuscita a stare a galla. Forse perché penso che lasciarsi annegare è troppo facile, troppo comodo. Abbandonare se stessi è la cosa più semplice che si possa fare in questi casi. Io non sono una vigliacca. Ora so che non lo sono, che non lo sarò mai, che non girerò mai le spalle a nessuno. Soprattutto a me stessa.

Dormo tranquilla di notte, non ho pensieri che mi attanagliano, non ho dolori che bruciano. I ricordi ogni tanto affiorano ma so come trattarli. Li prendo per ciò che sono e non li ingigantisco, non gli vado incontro pronta al sacrificio. Io sono più forte, lo sono sempre stata. Mi sono medicata, guarita, esorcizzata. Ho provato a seguire me stessa e nessun altra mappa, non mi serve più nessuno per viaggiare, per correre, per saltare, per sopravvivere, per sognare.

Ora sono io che ho il controllo. Che so di poter fare a meno di tutto e di poter regalare allo stesso modo tanto affetto a chi mi ama.

Ora sono io che decido, che trovo la via d’uscita, che so come tornare a casa.

Le ferite restano, sopra ci ho piantato dei nuovi fiori. Nascono velocemente e allo stesso modo muoiono e hanno fatto passare il tempo, hanno mistificato il dolore, coperto gli strappi, colorato l’abisso in quei tagli.

Mi sto scrollando la cenere di dosso. Sto risorgendo.

 

 

La mia piccola grande bellezza.

Post lungo e forse banale.

Jep Gambardella, interpretato da un lirico Servillo, ne “La grande Bellezza”, recita testualmente: “Quando, da giovane, mi chiedevano: cosa c’è di più bello nella vita? E tutti rispondevano: “la fessa!”, io solo rispondevo: “l’odore delle case dei vecchi”. Ero condannato alla sensibilità!”.

Ecco, a me non hanno mai chiesto cosa c’è di più bello nella vita e forse mi hanno tolto il peso di dover dare una risposta così difficile. Perché è difficile rispondere ad una domanda del genere. E’ tutto troppo relativo, tutto troppo stropicciato. La risposta io non ce l’ho e ne consegue che non so a cosa sono destinata, se al materialismo o alla sensibilità, se al cinismo o alla malinconia.

Questa mattina, per lavoro, ho vissuto una strana esperienza che mi ha ricordato molto il film di Sorrentino.

Mi trovavo in una delle zone bene di una Napoli fin troppo per bene. Il mio compito era quello di fornire informazioni ad una persona riguardo un viaggio, costi, caratteristiche di alcune imbarcazioni, durata della crociera: cosa che faccio normalmente in ufficio con tutti i clienti ma questa volta, il cliente, era “particolare” e la trattativa andava fatta in casa sua per alcuni motivi che si capiranno in seguito.

Entro in questo alto portone di legno e mi trovo nell’androne di uno di quei palazzi napoletani che ti lasciano senza fiato, eppure sono li da sempre e forse nessuno ci fa troppo caso a quelle colonne e a quei marmi. Spesso siamo così abituati al “bello” che per molti, trovare un palazzo vanvitelliano nel bel mezzo di vicoli sudici, non è più una meraviglia. Faccio due rampe di alti gradini di travertino oramai consunto e mi trovo immediatamente sulla porta della persona che cercavo. Suono il campanello che è alla sinistra di  questa  porta smaltata di nero e avverto un’aria severa, pesante, cupa.  Quando lo stipite si apre mi trovo di fronte ad una piccolissima donna di ottant’anni. Una graziosissima pianticella sfiorita, avvolta nelle rughe e in un tailleur Chanel bianco e nero. Sul suo viso un rossetto leggermente sbavato, due occhietti azzurri e delle sopracciglia disegnate in malo modo. Mi sorride e con mia sorpresa ci trovo tutti i denti dietro quelle labbra avvizzite. Entro. Mi richiude la porta alle spalle e si presenta: “Tu devi essere… io sono Cecilia”.

La seguo lungo corridoi lunghissimi, passando ora da un salotto, ora attraverso un disimpegno, facendo attenzione a non andar troppo veloce, che altrimenti le sarei finita addosso. Noto la sua gobba sotto la giacca e mi guardo intorno mentre percorro questa specie di  dedalo semibuio. Mi arrivano zaffate di quell’odore, di quello che credo sia l’odore delle case dei vecchi. E’ qualcosa che ricorda molto l’odore di fiori che marciscono misto a quello della naftalina. E’ un odore pesante, polveroso, un odore di tempi gloriosi che si stanno allontanando sempre di più. C”è odore di serenità e di cipresso, di salsedine imprigionata nelle pesanti tende di damasco mista a odore di muffa. Ovunque oggetti stranissimi, statue di gesso e di marmo di ogni dimensione: alcune copie di statue romane o greche, altre semplicemente opera di qualche scultore della città. Scrivanie piene di chincaglierie, vasi cinesi lucidissimi accanto a natività provenienti di certo da S. Gregorio Armeno, presepi del ‘700 o dell’800 chiusi sotto grosse campane di vetro, pastori asfittici con vestiti sgualciti e polverosi, statuine di avorio, di bronzo, di ceramica. Grosse conchiglie poste accanto a pile di libri ingialliti, candelabri d’argento, orologi a muro, orologi a pendolo, armadi bruni, scansie, cristalliere piene zeppe di piatti e bicchieri con i bordi d’oro, tappeti, enormi lampadari dorati con grappoli di pendenti di cristallo. L’aria è tetra ma tranquilla, nessun rumore, nessun suono. Viene solo un leggero soffio di vento, dalle finestre bagnate di pioggia.

Cecilia mi fa accomodare su grossi divani di pelle. color testa di moro. Guardo stampe e dipinti mentre lei si accende una sigaretta e mi chiede se gradisco del caffè. Le dico di sì e lei prende un piccolo cellulare dalla scrivania alle mie spalle e telefona al bar di sotto. Chiede due caffè e chiede anche come sta la moglie del gestore, brutta cosa la bronchite. Nel mentre guardo anche le foto di famiglia, in bianco e nero, sono poste sul tavolino davanti ai nostri piedi. E’ stata sposata ma non si vedono figli, solo dei bellissimi paesaggi di montagna, lei e suo marito in primo piano e poi la loro auto, il matrimonio forse di un parente e loro due su un grosso cammello, chissà dove. Osservo bene e quando lei mette giù e si siede accanto a me,  mi accorgo che quella vecchina con il tailleur di Chanel, ai piedi indossa delle vecchie ciabatte rotte. Non riconosco dolcezza nei suoi modi, è una vecchina strana: non ha l’aria della “nonna” ed è severa, ha un volto amaro. E’ nervosa nel parlare o forse solo annoiata dalla mia presenza. Mi faccio coraggio e le spiego di cosa si tratta e lei mi lascia parlare mentre le mostro tutti i documenti e le fotografie. Ascolta, ascolta con attenzione. Nel mentre, sento dal corridoio, la voce del garzone del bar. Lei mi guarda e dice: “Hanno le chiavi, io non cucino e non faccio il caffè, mi portano tutto loro e mi risparmiano di fare ogni volta avanti e in dietro da qui fino alla porta, sono come di famiglia qui”. Come a dirmi “Sono gli unici esseri umani che si curano in qualche modo di me”. Il ragazzo entra, sorride, posa il vassoio sul tavolino, in mezzo alle foto, si congeda e torna a percorrere il corridoio buio, le stanze una nell’altra e si chiude la porta alle spalle.

Cecilia si rialza, mi serve il caffè e dice:

– Ho capito di cosa si tratta, per me va bene, dimmi dove devo firmare e mi tolgo il pensiero.

Prendo il caffè, lo bevo velocemente, cerco la penna e le passo sul tavolino, oramai strapieno di cose, i documenti. Lei firma, mi sorride come a farmi un favore e si risiede. Mani nodose una sull’altra, accavalla le gambe e mi chiede una sigaretta. Non so come abbia fatto a capire che anche io fumo, ma le porgo il pacchetto. Ne sfila una e se la accende, aspirando profondamente il fumo e tirando fuori grossi sospiri grigi. Ho pensato, siccome guardava nel vuoto, di togliere immediatamente il disturbo. Sistemo le mie cose in borsa e faccio per alzarmi. Mi fa cenno di star seduta e inizia a parlare:

– Io e mio marito non abbiamo avuto figli, io non potevo, ma abbiamo avuto fin troppi nipoti. E’ proprio per i miei nipoti che vi ho contattati, volevo fergli questo regalo. Fosse per me avrei evitato, li vedo così poco che non so nemmeno i nomi dei loro figli e non sono nemmeno affezionata a loro ma mio marito teneva molto a questi ragazzi e io voglio rispettare mio marito anche se mi ha lasciata quindici anni fa.

– Capisco…

– No, non capisci. Dammi retta. La solitudine non si capisce se non si è soli.

– …

– E ti dirò, io ci sto bene da sola. Proprio bene. Mi godo la mia casa, non esco mai, faccio una vita da reclusa ma non mi pesa. Da giovane ho viaggiato così tanto da averne la nausea. Ho conosciuto così tanta gente che spero di trovare il paradiso vuoto, sono stanca di conoscere gente. Ti farà impressione questa casa, forse io ti sembro anche antipatica ma la verità è che sono solo molto stanca.

– …

– La stanchezza non è fisica, è d’animo. Ho l’anima stanca ed è difficile far riposare l’anima. Il medico mi ha dato delle goccine per dormire ma nemmeno quelle hanno funzionato. Dormo ma ho sempre questa pesantezza nel petto. Toglie il respiro.

– Mi rendo conto…

– No, non ti puoi renderti conto: non hai perso l’amore di una vita, non hai mangiato pane e acqua in momenti in cui non c’erano i soldi nemmeno per pagare l’affitto, non sai cos’è dover affrontare guerra e dopoguerra. Io non dico che per voi giovani ora tutto è facile, perché è una stupideria pensarlo, non è facile per niente e per nessuno, oggi è solo più “pubblicizzato”.

– Più pubblicizzato?

– Sì. Chiude una fabbrica e mettono dieci famiglie per strada? Ne parlano alla radio. Il governo non ha soldi per creare posti di lavoro? Se ne discute alla tv. Prima, prima quando ero giovane io, se eri senza soldi e povero o non avevi il lavoro e lo volevi, non si andava alla radio e alla televisione, ci si rimboccava le maniche, si partiva per l’America o si prendeva il treno per Milano…

Ho cercato di non contraddirla, mi sono limitata ad ascoltare Cecilia che oramai parlava a piede libero.

– Mio marito era un grande avvocato, aveva avuto la fortuna di studiare e aveva lo studio in Via Chiaia, io l’ho conosciuto che avevo solo 18 anni e lui ne aveva già 30. Ci siamo sposati in soli sei mesi, contro il volere della sua famiglia, una famiglia benestante. Mio padre faceva il muratore, eravamo sei figlie femmine e dare la dote a tutte lo ha fatto ammalare, anche lui, si è stancato l’anima e ci ha lasciate. Mammà cuciva vestiti per le signore di Via Toledo, i vestiti per andare a teatro. Così campavamo. Io non avevo mai visto diecimila lire  fino a che non ho conosciuto Manfredi, mio marito. Andai a consegnare un vestito a casa sua, la sorella di Manfredi cantava in un coro e commissionò a mia madre un abito. Dal primo momento in cui lo vidi, mi innamorai e lui di me. Venne a cercarmi a casa.

– Che bello…

– Bello sì, lui. Io ero piuttosto bruttina, poco istruita, avevo fatto solo la quinta elementare e invece lui era proprio bello, istruito, un libero professionista… Mi assunse al suo studio e imparai a fare la segretaria, ci sposammo subito ma niente figli. La medicina non ci sapeva dare una risposta. Per questa cosa mi sono ammalata di nervi e lui per starmi accanto ha trascurato il lavoro. Le cose non andavano bene…

– Capitano momenti difficili…

– Sì, ma l’importante è superarli insieme. Un matrimonio non è solo coccole e moine, un matrimonio è una cosa diversa: ci si deve amare pure se uno dei due impazzisce.

– Forse sì…

– E’ così. Poi mi sono ripresa, sono stata bene e le chiacchiere della gente non mi hanno mai toccata o dispiaciuta, non avere figli non è stato un grande problema: ci siamo goduti quello che non avremmo avuto il tempo di goderci con dei bambini da crescere. Abbiamo viaggiato, siamo stati ovunque volevamo andare. Aeroplani, treni, navi. Una vita mano nella mano e siamo invecchiati sorridendo, con pochi pensieri per la testa. Siamo stati una coppia bellissima. Che cos’è la vita senza la bellezza? L’amore varia, a volte è tanto, a volte di meno… ma bisogna fare cose belle, non credi?

– Sì, può essere.

– La malattia me lo ha tolto troppo presto, non potevo credere che stava morendo e quando è successo, per rialzarmi, mi ci è voluto tanto tempo. Sono stata una vedova molto sola, senza la consolazione dei figli. Però tutto passa, anche un dolore così grande e ti rimane la bellezza. Grazie a lui ho preso il diploma e poi la laurea in Storia dell’Arte. Sapevo fare a stento i conti quando l’ho conosciuto. Lui mi ha insegnato tante cose, mi accompagnava in macchina alla scuola serale, mi veniva a prendere. Quando mi sono diplomata mi ha regalato un anello, quando mi sono laureata (con un voto bassissimo) mi ha portata a Parigi.

– Molto bello…

– Adesso ti lascio figlia mia, sono contenta di averti avuta come mia ospite. Devo mettermi un pochino a suonare il piano forte e quando suono voglio stare da sola… Io suono per non pensare. Mi accendo una sigaretta e mi metto a suonare.

– Certo, la lascio, mi scusi se mi sono trattenuta.

– Dammi del tu. Il “lei” lasciamolo agli estranei.

– Va bene Cecilia, è stato un piacere conoscerla, ha una casa molto bella. Ci sentiamo presto per gli ultimi dettagli.

– Fai tu, mi fido, hai la faccia pulita, non sei una mangia soldi e anche se fosse, qui c’è poco da mangiare.

Sorride. Il tempo che mi aveva concesso era finito e io in realtà mi sentivo abbastanza sollevata da questa cosa. C’era un tono malinconico che aveva dell’insostenibile, una lucidità disperata, una nenia melanconica ma senza nessun rimpianto. D’improvviso mi era sembrata una trentenne del giorno nostro, si era sistemata i capelli bianchissimi con un gesto vanitoso. Di tanto in tanto si guardava in uno specchietto da borsa, controllava di essere a posto. Non ho visto una lacrima di commozione nel ricordare il marito o un’inflessione nel tono della voce, c’era un pizzico di rabbia ma grossi sprazzi di felicità. Un sorriso sereno ma rassegnato. Riaccompagnandomi alla porta, la Signora Cecilia, torna a fermarsi sulla porta e di nuovo mi avvolgono zaffate di odore di case dei vecchi. Sorrido anche io.

Inaspettatamente mi abbraccia. Un abbraccio asettico ma sincero. Mi saluta:

– Va’ che piove, se non hai l’ombrello io non posso dartene, li ho rotti tutti. Mi dispiace che non ci sono molti posti dove ripararsi qua sotto, Napoli non è una città per coprirsi, è una città per scoprirsi. E quando piove, la città si scopre di più. La gente non sta per strada e lei è più bella. Dovrebbe piovere più spesso…

– Sì, dovrebbe piovere più spesso. Arrivederci Cecilia.

– Arrivederci Piccerè.

La porta si è richiusa piano alle mie spalle e mentre scendevo verso l’androne, ho sentito il piano forte di Cecilia. Non so che brano stesse eseguendo e non so dire nemmeno se lo stesse eseguendo bene, con quelle mani piegate dall’artrosi non so se si può suonare diligentemente un piano. Non so se questo è stato un incontro speciale o solo due chiacchiere con una vecchia fin troppo piena di sè, ma in quella casa, in mezzo a quegli oggetti, seduta su quel divano con accanto lampade liberty e porcellane smaltate, ho osservato una vita che è passata e aspetta solo di finire. Una vita in cui non contano più il lavoro, i soldi, la soddisfazione professionale, la famiglia, la felicità, le cose vere e quelle finte, una vita fatta di qualche salto e di qualche dolore. Ho ascoltato una donna che veniva dai bassi e si è conquistata il totale amore di un uomo che le ha insegnato le equazioni e ad analizzare i versi di Omero, Virgilio, Dante, Boccaccio, Pascoli, D’Annunzio. Non so nemmeno se è questa la grande bellezza, se è la schiettezza di una vecchia che non ha più niente da perdere e che spara a zero su tutto. So solo che io, oggi, posso dire di aver respirato l’odore delle case dei vecchi.

#104

Se me lo avessero detto qualche anno fa, non ci avrei creduto.
Se m’avessero detto che mi sarei trovata a chiedermi mille volte se è il caso di scriverti o meno, se mi avessero detto che mi avresti mandata via, se m’avessero detto che mi stai dimenticando, non avrei dato retta a quelle parole. Che sciocchezze. Impossibile.
Se m’avessero detto che tu credi d’essere il mio male e preferisci rinunciare a me piuttosto che tornare a tenermi la mano, a farmi ridere, a essere fratello maggiore e da salvezza da ogni male, io, avrei detto che non sarebbe mai accaduto.
Se avessero detto che mi avresti abbandonata, avrei risposto che per quanto fosse impossibile, ne avrei avuto comunque paura.
Se m’avessero detto che, come adesso, mi sarei trovata a guardarmi intorno e a non trovarti, che avrei assistito al crollo anche di quel poco che era rimasto, avrei avuto timore, timore di non riuscire a salvare niente.

E così sta accadendo tutto questo.

I giorni corrono e le ore mi sfuggono dalle mani e non posso fare niente di quello che vorrei fare. Non posso venire a cercarti, non posso pentirmi, non posso cancellare le parole che ho detto, non posso sapere più cosa sono senza di te, non posso dirti che vorrei solo essere assolta e prendermi un giorno per baciarti la fronte e stringerti le mani nelle mie, guardare se sono guarite, come sempre.

È come cadere in mare da una nave nel bel mezzo dell’oceano. Nessuno si è accorto che sei finito in acqua, nessuno ti soccorre. E tu annaspi. Che il mare aperto non è come lo specchio d’acqua dove hai sempre nuotato. E non puoi fare altro che abbandonarti, sperare che un pesce ti mangi al più presto, che morire annegati o di fame e sete è straziante.
È come spezzare l’ultima cima durante una scalata e cadere in un dirupo. Senti le voci dei soccorritori ma loro non riescono a trovarti e così, ti passano per la mente tutte le occasioni sprecate. E piano ti addormenti. Muori.
È come quando ci siamo detti “per sempre” e non ci siamo riusciti.
È come quando siamo stati una cosa sola per il tempo di una folata di vento.
È come se pensare di scriverci addosso questo patto non sarebbe mai servito a molto. Però lo avremmo fatto.
È come se avessi cercato di afferrarti troppe volte e non ci fossi mai riuscita a stringerti.
È come quei momenti in ospedale o chissà dove, che ero così stanca e dilaniata da non voler altro che la tua mano attaccata al vetro, la tua voce al telefono, ma non c’eri e non ti ho sentito.

Si sta svuotando tutto. Si è consumato tutto come non doveva.
Ho l’anima in frantumi.
Ad ogni scossone cade via un pezzo. Si alza polvere, si sente un lamento.
Non esiste più quella cosa dei tuoi occhi d’uva che si piegano e diventano come gabbiani. Non esistono più quegli sguardi miei e tuoi, quei discorsi in silenzio, solo incrociando gli occhi.
Non esiste più quella cosa di “scrivimi una X ogni volta che pensi a me” ed io ero così lontana che sei riuscito a coprire la distanza con tutte quelle X messe l’una dietro l’altra.
Non esiste più quella cosa che mi bastava toccarti la fronte per sentire che quello era il mio posto. Piccolo, senza molte prospettive, ma mio.
Non è più nulla questo.

Volevo trovare il coraggio di scriverti “te lo ricordi quel film? Com’è che dice? Com’è che ce lo siamo detti quel giorno? C’è mancato poco che non succedesse mai…“.

Non ho più speranza.
Ho il cuore pesante.
Non saprei più come combattere.
È come guardare una fiamma che si spegne e non riuscire a riaccendere il fuoco.
E fa freddo.
E penso che tu abbia dimenticato tutto.
Tutto quello che ho fatto.
Sono rimasta così sola da non riuscire a più a credere nella verità.
Non so più come sono le tue parole.
Mi hai strappato la forza di tornare a sbocciare.
Il mio sacrificio è stato vanificato.
È un black out eterno e non so come riparare l’interruttore.
Nemmeno un addio mi spetta.
Come chi non conta, come chi ha commesso un crimine.
E sono qui a rattoppare la mia vita, tagliando via uno dei disegni più belli.